Terra antica,semplice e contraddittoria, che mi ha riservato sorprese. Di certo mi ricorderò la gentilezza delle persone, la loro umiltà, gli occhi gentili, a tratti disperati, a volte malinconici, ma sempre fieri. Luogo pittoresco, a tratti bizzarro, a tratti arido, secco, rovente. Ho percorso strade rocciose, strade affollate o deserte, mi sono persa tra i cunicoli delle medine di Midelt, tra i profumi di curry, di resina bruciata, di cipolla fritta dei mercanti ambulanti di Marrakech, frastornata dalle loro grida, le musiche, i richiami. Ho meditato tra le dune sabbiose e dorate del Sahara, ho boccheggiato nelle concerie di Fes dall’odore acre e pungente, ho accarezzato centinaia di gatti ad ogni angolo delle città.
Non ho trovato ostilità, ho trovato persone disposte ad aiutare e si anche a chiedere aiuto, ma senza arroganza. È proprio vero che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Sono partita come sempre fiduciosa e sono stata ricambiata con la stessa moneta. Quella del rispetto. Ho attraversato mille colori, odori, porte, paesi e sono riuscita a scoprire, a cogliere l’essenza del Marocco, un luogo che ha tanta voglia di dare e bisogno di essere vissuto, ascoltato, sorseggiato pian piano, proprio come una tazza di te’ alla menta, inizialmente può scottare un po’, ma subito dopo il suo profumo, il sapore è così intenso, inebriante ed accogliente da non poterne più fare a meno.
“Un paese è ciò che noi siamo nel momento in cui lo visitiamo” Tahar Ben Jellou
Il primo bicchiere è gentile come la vita, il secondo bicchiere è forte come l’amore, il terzo bicchiere è amaro come la morte. (antico proverbio arabo)
Il silenzio, la natura selvaggia della maestosa distesa di Waterberg, il risveglio, il rischio, l’eccitazione. Vivere giorno per giorno, ogni attimo è prezioso, il viaggio è nel qui ed Ora. Il viaggio è Vita, le albe, i tramonti, gli animali, l’aria forte, l’essenza dell’Anima.
E poi…eccolo: l’Etosha. Un dipinto. Un vero e proprio dipinto dell’Universo, un mondo parallelo di avventure, sorprese, odori, distese, immensità. Terra arida, vento caldo. I nostri cuori e gli occhi pieni che si commuovono, le nostre teste che si inchinano a così tanta potenza. La meraviglia nascosta, inaspettata e conquistata fa da cornice a questi capolavori della natura a questi quadri eterni, senza età. Inafferrabili quanto indelebili. Grazie a tutti gli esseri speciali dell’Etosha, grazie al Re di tutte le foreste immaginali.
Le rocce e Terra del Damaraland sono rosse, come il fuoco. Avide, polverose, bollenti. Strade sconosciute all’uomo moderno, caverne di simboli segreti, tra la via antica dei lion mans e degli sciamani. I sorrisi veri, la pelle colorata di sabbia delle Tribù danzanti, con i piedi scalzi e duri come i loro sguardi, lontani dal mondo e vicinissimi a dio, chiunque esso sia.
Strettoie di sabbia naturali tra setose, brillanti, altissime dune ed il gelido oceano atlantico, non danno scampo. Con la luna crescente e la marea che si alza all’improvviso queste strade di sabbia si trasformano in trappole letali. Non danno preavviso, le onde avanzano, le montagne dorate cambiano forma e via d’uscita continuamente. Un labirinto fatale manovrato a piacere da madre natura, che con i suoi elementi si prende gioco di noi. Una trappola attraente e meravigliosa che lascia senza fiato, in tutti i sensi. La terra delle dune, il fuoco del sole, l’acqua dell’oceano, l’aria del vento cocente di giorno e gelato di notte la fanno da padrone. Gli scheletri di animali e persino umani fanno da testimoni a questa perversa, accattivante, bellissima marcia mortale che scorre lenta tra la cittadina di Swakopmund e la spettrale Skeleton coast.
Piccolissimi granelli dorati che formano dune altissime che sembrano toccare il cielo, il vento forte che, come uno scultore, le plasma, le trasforma, le rende inafferrabili, come un amante le accarezza, ne esalta le curve sinuose. La terra come pietra non le adula, non le loda, è spietata, non dà accesso alla vita, gli alberi sono secchi, le speranze morte. Bisogna solo fermarsi, senza avanzare oltre, questa soglia non si varca, al di là l’uomo non può sopravvivere, non può comandare. Sossusvlei, un deserto assoluto dove si può solo guardare da lontano, tornare indietro disarmati, arrendersi, oppure morire.
La dolcezza è tiepida e mansueta in un luogo apparentemente più gentile come il Kalahari. Il cerchio della Vita qui sembra meno feroce, si confonde meglio tra gli inconsueti cespugli verdi, tra le dune più morbide color cannella, tonde e vivaci come arance, come il sole assonnato del tramonto. I riflessi della sabbia ramati sfiorano i dorsi dei tantissimi animali che convivono in una tregua apparente, ad un passo falso dai ruggiti dei rari ghepardi famelici e le trappole delle tribu anch’esse in cerca di cibo.
Grazie Namibia delle meraviglie che ci hai donato, dei tuoi preziosi animali che ci hai permesso di scrutare, amare, grazie di averci permesso di essere parte della tua essenza, di aver riempito i nostri cuori di albe e tramonti dorati. Grazie per tutte le risate, i giochi, le avventure che ci hai regalato e concesso. Abbiamo sospirato, riso, pianto..ci siamo impauriti, commossi, divertiti. Ci siamo sentiti Vivi, Liberi, Grati e Uniti, siamo stati un tutt’uno con questa Terra Selvaggia, con l’Universo, una stessa persona, uno stesso uomo leone, una stessa Anima. Grazie Terra santuario, è stato semplicemente bellissimo.
“La Terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla Terra”.
Dopo mesi, anzi anni a sognare questo viaggio, finalmente si parte… prima tappa Città del Messico. Trascorriamo la serata passeggiando per le viette del centro storico, gli ambulanti stanno smontando le ultime bancarelle di frutta e maschere di Halloween, c’è tantissima gente per strada, è domenica, la maggior parte messicani e vediamo le prime facce truccate da scheletri. La cattedrale dello Zocalo è davvero imponente e affascinante, la piazza immensa, ci mangiamo dei tacos in un ristorantino tradizionale e stanchissimi ci trasciniamo a dormire. Il giorno seguente si riparte per Taxco. Prima di arrivare ci fermiamo a Cuernavaca, un piccolo paese molto caratteristico e pittoresco dalla cattedrale e dalle case coloratissime, un paese chiamato l’eterna primavera, qui il clima è sempre caldo, mite e si sta benissimo. Una fugace visita alla piazzetta e si prosegue… la strada che porta a Taxco è bellissima, immersa nel verde e la città lo è ancora di più. Incastonata su una montagna, coloratissima, vivace, la cattedrale e le vecchiette dalle schiene curve e le rughe solenni a cucire tappeti di lana, gli occhioni neri neri dei bambini che ci guardano e ci sorridono e l’imponente Cristo a braccia aperte sopra la cima della montagna.
L’indomani sveglia all’alba, ci aspetta un lungo tragitto per raggiungere la tanto desiderata Rapa Nui… dopo 12 ore di volo finalmente atterriamo in un piccolo aeroporto dai tetti di paglia… appena scesi dall’aereo un dolce profumo di fiori ci inebria, lo stesso profumo che ci accompagnerà per tutto il tempo trascorso su questa leggendaria isola e che non scorderemo mai più. Il cielo è azzurro e subito, senza perdere tempo, prendiamo un autobus ed andiamo alla spiaggia di Anakena, dove ci attendono loro, i primi Moai che incontriamo. Il mare è azzurro, di un azzurro intenso, l’aria è fresca e tutto intorno palme e questa sabbia dalle sfumature rosa. Il paesaggio è incantevole, sediamo di fronte alle statue per un bel po’ e rimaniamo lì, a guardare l’orizzonte con una piacevolissima sensazione di pace interiore. Pranziamo con una buonissima zuppa di curry e gamberi e appena rientrati all’ostello, un piccolo stabile in legno proprio di fronte all’oceano, cadiamo in un sonno profondo per quasi 14 ore! Il mattino seguente ci sveglia il frastuono delle onde che sbattono energicamente sulle rocce, andiamo fuori e lo scenario è inquietante e affascinante allo stesso tempo. Un vento fortissimo, e caldo, un oceano grosso, impetuoso, gelido. Affittiamo una suzuki e giriamo l’isola. Siamo rimasti a bocca aperta alla vista del vulcano Orongo, nel sito Rano Kau e di nuovo quando, salendo, scorgiamo un panorama da perdere il fiato, davanti a noi a strapiombo l’impressionante vista degli isolotti Motu Iti, Motu Kau Kau e Motu Nui, gli stessi dove migliaia di anni fa gli uomini del luogo sfidavano a nuoto il mare mosso e le onde giganti per vincere la prova di coraggio e diventare gli uomini-uccello, gli indiscussi capi tribù… Ripresa la macchina continuiamo a girare, il mare di un azzurro ancora più intenso sempre alla nostra destra, ogni tanto non resistiamo, la vista è troppo bella e prendiamo una strada sterrata, ci avviciniamo alle scogliere, facciamo delle foto e respiriamo l’aria pulita a polmoni pieni. Le strade sono libere, non c’è nessuno, solo tantissimi cavalli, liberi selvaggi, che delle volte ci sfrecciano davanti al galoppo, si va piano piano e ci si gode il panorama. Arrivati alla cava Rano Raraku ci aspettano altre statue, alcune crollate, altre più piccole, altre enormi… alcune teste spuntano dall’erba verde e ci guardano e ci incantano… La cava è una collina dove c’è un altro cratere, dove gli abitanti prendevano la pietra per costruire i Moai, da quassù la vista è superba, ancora il mare turchese e poi eccoli, i 15. Già da così lontano si sente la loro forza, si percepisce la solennità; quando finalmente arriviamo davanti a loro, non ci sono parole per descrivere tutte le emozioni provate al sito Tongariki. I 15 giganti tutti in fila sembrano osservarti, ascoltarti e scrutarti l’anima. Favolosi.
Il giorno successivo andiamo a trovare gli altri Moai sparsi per l’isola, gli Ahu Akivi, gli unici rivolti verso il mare ed il maestoso Tahai l’unico che ha gli occhi, dei grandi occhioni bianchi che sembrano guardarti dritto in fondo all’anima, si trova proprio davanti al mare, in uno sfondo unico, tra onde spumeggianti che si infrangono sulle rocce scure, al tramonto il sole sprigiona i suoi riflessi dorati proprio dietro a lui e lo spettacolo è veramente incantevole.
Rapa Nui, terra magica, selvaggia e misteriosa, magia, magia pura.
La lasciamo al quarto giorno con un nodo in gola, colmi di gratitudine e ammirazione.
Altri voli, altre corse, altre 12 ore per ritornare in terra messicana. Atterriamo alle 6 di mattina e prendiamo subito un altro passaggio in autobus per raggiungere la coloratissima Puebla. Qui ci sono tante case variopinte, cattedrali, torri e la mitica piramide di Cholula, la più grande del mondo, ricoperta da erba verde, sulla sua sommità, dove una volta si trovava il tempio azteco, ora si trova una chiesa cattolica. Un luogo molto affascinante, da sopra una vista magnifica su tutta la città, si possono vedere ancora meglio tutte le varie sfumature delle vivaci abitazioni. Ci mangiamo una pannocchia di mais lessa ricoperta di maionese, formaggio grattugiato e paprika e ci gustiamo il panorama dall’alto, al tramonto…
Il giorno seguente prendiamo un altro autobus che ci porta a Oaxaca, il viaggio è di 5 ore, il tragitto è un po’ lungo, ma ne vale la pena, percorriamo delle strade spettacolari tra le montagne, scenari che cambiano continuamente colore, dalle verdi piantagioni di cactus, alle montagne più o meno rocciose, a tratti rosse, a tratti grigie, gialle, marroni. Molta gente che è con noi in autobus porta con sé migliaia di fiori arancioni, i crisantemi del dia de los muertos, probabilmente da vendere in città, arriviamo all’ora di pranzo, è il 29 ottobre e siamo nel pieno dei festeggiamenti per il giorno dei morti, questa cosa salta subito all’occhio.
Per tutte le vie della città ci sono già canti, balli e parate, tutti con i visi pitturati e truccati da teschi, gente di tutte le età, dai bambini agli anziani, l’atmosfera che si respira è davvero unica e festosa.
Per le viette del centro mille bancarelle che vendono costumi, scheletri colorati, prodotti di artigianato, specialità culinarie, meskal… assaggiamo tutto, acquistiamo di tutto, ci guardiamo intorno a bocca aperta, è tutto molto surreale, tutto molto particolare, malgrado l’apparenza goliardica, tutto è molto mistico e rispettoso.
In tutti gli atri dei palazzi, delle case, degli hotel, dei negozi e dei ristoranti c’è un altare. Alcuni piccoli, altri giganti, degli altari con rappresentazioni di Catrina, della Santa Muerte, altari ricoperti da crisantemi arancioni, ai loro piedi ci sono degli arazzi con varie figure composti da petali di fiori e poi ancora i doni ai defunti, i loro cibi e le loro bevande preferite, dolcetti, liquori… le foto dei cari che non ci sono più sempre esposte, la tradizione dice che durante le notti dal 31 ottobre al 2 novembre, solo i defunti che hanno una loro foto esposta possono unirsi al nostro mondo camminando tramite i tappeti di fiori arancioni che fanno da portali, da passaggi magici. Per questo tutte le famiglie si ritrovano insieme e riunite nei cimiteri e vegliano sulle tombe i loro cari, per potersi ricongiungere a loro, per poterli sentire ancora più vicini durante queste notti speciali.
Il giorno del 31 ottobre andiamo in piazza mascherati, con gli abiti tradizionali da Catrina e Scheletro, ci facciamo truccare anche noi il viso dai tanti artisti che sono sparsi dappertutto e quando cala la notte ci dirigiamo al poco distante cimitero principale, al panteon xoxocotlan. Le stradine che portano al cimitero sono piene di bancarelle che vendono di tutto, dal cibo ai caratteristici teschi colorati, dappertutto c’è musica, un enorme palco proprio all’ingresso suona le canzoni più tradizionali e si balla, tutti ballano… all’interno le tombe sono tutte completamente ricoperte da fiori, da allestimenti colorati, illuminate da candele; intere famiglie tutte intorno a pregare, a ridere, a chiacchierare… un’atmosfera unica, una sensazione bellissima di pace, di allegria, molto emozionante. Il giorno dopo, alla luce del sole, di mattina, siamo andati in un altro cimitero, il panteon general e di nuovo abbiamo trovato la stessa situazione, lo stesso scenario di intere famiglie sedute a cerchio, a mangiare, a bere, a scherzare, a piangere… tutto intorno a noi un profumo di fiori e di incenso ed il dolce e malinconico suono della chitarra di un mariacho che era lì, ad intonare una canzone d’amore ad un suo caro defunto. Con le lacrime agli occhi dalla commozione siamo usciti fuori dal campo santo, ad aspettarci le solite deliziose bancarelle ed addirittura un luna park!
Prima di lasciare questa splendida città, decidiamo di visitare alcune perle nei dintorni, luoghi misteriosi dove antiche leggende si mescolano a seducenti enigmi … Facciamo una passeggiata tra le piramidi del mitico sito di Monte Alban, gli scalini sono tanti, ma la vista dall’alto ripaga i nostri sforzi, c’è un piacevole silenzio, una sensazione di tranquillità, forse l’Enigma Alieno sta proprio in questo e non in quella spianata sulla quale i templi sono stati costruiti. C’è chi pensa, infatti, che Monte Alban sia stato spianato da forze aliene per permettere alle astronavi di atterrare…
Visitiamo poi il tempio maledetto di Mitla, la città dei vivi e dei morti, nel sottosuolo vennero ricavate tombe e camere segrete dove avvenivano sacrifici umani offerti ai signori dell’oltretomba…
Ed infine raggiungiamo Hierve el agua… una stradina strettissima e parecchio dissestata ci porta in questa vallata spettacolare dove la natura sembra parlare, intorno a noi piscine naturali a strapiombo sulle montagne, montagne che sembrano avere delle facce, grosse aquile che ci volano sopra la testa, cascate calcaree a strapiombo che sembrano incantate…Una leggenda dice che il flusso dell’acqua è stato pietrificato a causa di un incantesimo e non avendo più un minimo di razionalità dopo tutti questi giorni immersi in tradizioni, racconti e storie fantastiche, sinceramente non possiamo che pensare che sia l’unica possibile spiegazione! 😉
Viaggio magico, un sogno, un incantesimo.
Anche un viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo. (Lao Tzu)
Cruda, spietata, esigente a tratti lucente, a tratti oscura.
Una linea sottile che divide il bene dal male, la realtà del sogno, il voler fuggire il più lontano possibile dall’attrazione nel voler rimanere.
Mette letteralmente a nudo persone e sentimenti, i desideri e le paure più inconsce, primordiali.
Un costante velo di nebbia e magia ricopre i ghat e le menti, offusca, confonde.
Vagando tra le luci delle candele e le stelle, i fumi dei crematori, i canti dei pellegrini, le risate chiassose dei ragazzini che fanno tuffi sul Gange, le musiche dei mantra su basi tecno per il Dev Deepawali, la puzza acre di piscio ed il profumo inebriante degli incensi sembra di essere nel mezzo di uno strano sogno.
Si entra in un portale, dove si raggiunge un mondo folle, sconosciuto ai confini della realtà, dall’alba al tramonto preghiere, rituali, cerimonie, folle immerse nelle acque sacre, fiori, panni ad asciugare, preparativi di ogni tipo.
C’è chi dorme, chi si inginocchia, chi prega. donne che si pettinano i lunghi capelli bagnati, bambini che piangono e giocano sulle rive tra la terra e la cenere, uomini dagli sguardi fieri, pensierosi, nostalgici, mendicanti, bramini, devoti, disperati.
Nei vicoli labirintici cani randagi, vacche che occupano il passaggio in mezzo alle vie già strette, scimmie che saltano tra i cavi elettrici, sputi, immondizia, altarini dismessi, ad ogni angolo templi nascosti disarmanti e belli da far mancare il fiato proprio come gli odori forti, che sanno di escrementi, morte, speranza, palo santo, dura realtà. E poi ci siamo noi, anime smarrite tra i suoni di flauti e tamburi, cortei funebri e matrimoni che piangiamo e ridiamo insieme, che vogliamo fuggire e rimanere, urlare e meditare. Varanasi è tutto questo e molto di più. Come in un sogno confuso è difficile trovarne un senso, è difficile uscirne, dimenticarsene o ricordarlo bene.
L’India è intensa. Surreale. Contraddittoria.
Un universo parallelo dove il tempo e lo spazio sembrano sparire
sembrano perdersi tra le rive del Gange insieme ai pensieri, agli attaccamenti materiali e alla ragione.
Sicuramente anche un pezzo del mio cuore si sarà perso in queste acque sporche ma sacre, o tra le strade luride ma profumate, tra le asharam e gli altari, forse è stato preso da un gabbiano e lanciato sull’altra sponda, o riportato a riva da un’onda insieme ai resti dell’ultima Puja, o magari il pezzo del mio cuore è stato trascinato a largo da una barca insieme al corpo di un’anima pura che non è stata bruciata. Ovunque esso sia sicuramente rimarrà qui a vagare insieme a tutto il resto tra le assurdità, le bellezze, i colori, i palazzi fatiscenti, le persone gentili, le speranze, le ombre di Varanasi.
Ma se non ci fossero le tenebre non ci sarebbe neanche la luce.
Un ringraziamento speciale va a Varanasi per avermi fatto vivere senza filtri tutte le mie emozioni anche quelle nascoste più a fondo, quelle che fanno più paura, Grazie per avermele fatte attraversare, affrontare dandomi l’opportunità di guardarle dritte in faccia, di guardarmi negli occhi, allo specchio e riscoprire me stessa e tutti i lati della mia anima, limpidi e torbidi, riflessi nelle acque stesse di Mama Ganga.
Ho riso, ho pianto. Mi sono arrabbiata, commossa, disperata, illuminata. Ho avuto paura, sono stata coraggiosa. Ho provato pena, odio, compassione, disprezzo, amore.
Mi sono persa e ritrovata, odiata e perdonata.
Catapultata nello smog di Delhi, intrappolata nel traffico, tra vicoli troppo stretti ed affollati mi sono poi ritrovata sospesa, come in un limbo, tra gli incensi ed i rituali nei ghat sulle sponde del Gange di Varanasi.
Ho respirato la polvere e la povertà delle strade sterrate di Mathura, camminando incerta tra vacche e pellegrini striscianti.
Ho ballato e cantato nei templi di Vrindavan, sono stata trasportata dalla musica, dalle preghiere e da sudici treni notturni.
Sono stata accolta da sorrisi gentili e devastata da scomode realtà. Disarmata e Grata saluto, disprezzo ed onoro questo luogo tanto dimenticato quanto vicino ad ogni posdibile Dio. Saluto, accolgo, rinnego, ed abbraccio l’India e tutte le indescrivibili emozioni nascoste in essa, racchiuse in me.
Vi sono cento porte per entrare in India, ma nemmeno una per uscirne. – Ferdinand de Lanoye –
Attenta non toccarla. Mi raccomando stanne lontana. Segui il mio consiglio rimani alla larga. Questo e molto di più mi dicevano sull’acqua del Gange. Sono arrivata a Varanasi carica di paure e di pregiudizi, diffidente ma con lo sguardo curioso spesso rivolto verso questo fiume torbido. Un’attrazione quasi magica nel volerlo spiare, tener d’occhio, controllare. Tutta la vita degli abitanti di Varanasi gira intorno ad esso cerimonie, bagni, tuffi, c’è chi ci si immergie completamente, qualcuno ci lava i panni, altri addirittura i denti, molti persino la bevono quest’acqua scura, rinomata per essere tra le più inquinate al mondo. Nel Gange si cresce, nel Gange si muore. Eppure malgrado la sua reputazione pessima, non sembra così minacciosa, non sembra meno sporca di alcune coscienze. Il suo richiamo è forte, come il canto di una sirena, sarà altrettanto pericoloso? o magari si rimane incolumi grazie ad un vero e proprio miracolo o semplicemente per pura fortuna, per puro caso. Sicuramente non se ne rimane indifferenti e prima o poi, malgrado tutte le paure, i consigli, i pregiudizi iniziali, prima o poi si cede, ci si arrende.
Il suo fascino, il suo mistero vanno oltre la razionalità, oltre ogni qualsiasi congettura e ci si lascia andare, il cuore riesce a tradurre la sua lingua antica e sconosciuta alla mente, l’anima la riconosce, la ricorda e si affida, si inchina e si sporge per poter toccare quest’acqua vera, che non mente, per poterla sfiorare anche per un solo attimo così com’è, con tutti i suoi difetti, un solo attimo che diventa eterno e che non potrà mai più essere dimenticato.
Circa duecentocinquanta chilogrammi di legna e tre ore di tempo occorrono per bruciare un corpo. Già…ma servono anche tanta fede, fegato e possibilmente l’acqua sacra del Gange. Si perché esser cremati qui, a Varanasi, è un onore, esser un tutt’uno e tornare tra le braccia primordiali di Mama Ganga è la salvezza dell’Anima che torna alle proprie origini, torna a far parte dell’Universo, dell’Infinito e sono circa trecento le persone che ogni giorno incessantemente dall’alba al tramonto hanno questo privilegio.
Mi avvicino a passo incerto più intimorita che mai al Ghat Harischchandra, enormi pire di legna accatastate ai margini della strada anticipano l’ingresso di questo luogo così sacro quanto blasfemo, così come i pianti disperati di alcune donne abbracciate tra loro sedute su degli scalini lontani dalle fiamme, loro non possono avvicinarsi né assistere, le loro lacrime ed i loro lamenti turberebbero le anime dei defunti e ne limiterebbero l’ascensione.
Sotto la supervisione degli intoccabili, la casta inferiore addetta ai lavori più umili, nonché gestori dei crematori, solitamente è il primogenito maschio a dare inizio alla celebrazione.
Per l’occasione i suoi capelli vengono rasati, è per questo che ci sono tantissime botteghe di barbieri nei dintorni, è lui ad avere il compito di appiccare il primo fuoco, nonché di rompere delicatamente il cranio con un bastone per far innalzare lo spirito in cielo nel caso, durante la cremazione, non si fosse spaccato da solo. Ed è sempre lui ad accompagnare in barca i corpi che non vanno bruciati nelle acque del Gange, i corpi dei bambini perché sono innocenti, delle donne incinte per lo stesso motivo, dei sadhu perché non hanno peccati, dei morti per morso del cobra e dei lebbrosi perché entrambi sono manifestazioni di Shiva, non vengono bruciati, ma si lasciano andare nel Gange, spinti in acqua con una pietra legata al collo o ai piedi per restare giù, nel fondo, tra i misteri ed i pensieri più nascosti ed intimi del sacro fiume.
Sono dei riti solenni, antichi che mi trasmettono tanta serenità. I miei occhi non hanno più timore di guardare, la mia mente accetta, il mio cuore accoglie. Mi pervade un inaspettato senso di pace profonda, non ci sono tensioni, non c’è paura. Intorno a me ci sono molti corpi, tanto fumo, legna, residui bruciati di stoffe colorare sparse dappertutto, capre che mangiano i pezzetti di fiori delle corone rimaste a terra, mucche che annusano l’aria che sa di incenso e carne bruciata, cani randagi che vagano tra le ossa o ciò che resta di esse, è tutto in perfetto equilibrio, tutto molto naturale. Non c’è disagio, solo armonia.
Percorrendola capiamo subito che si tratta della strada che porta verso il ghat principale quello di Manikarnika, dopo solo pochi passi devo spesso accostarmi con la schiena al muro per far passare i cortei funebri, le barelle di legno contornate da fiori variopinti, diretti verso le rive del Gange, sono tantissimi, si insinuano nel traffico, i canti delle preghiere si confondono tra i clacson, i fumi degli incensi si disperdono tra quelli dei tubi di scappamento dei motori, le processioni proseguono dritte, prevaricanti a passo spedito, invadendo gli spazi, i marciapiedi, i pensieri razionali, verso il fiume, verso l’immortalità.
Al Ghat di Manikarnika l’atmosfera è diversa, i riti e le procedure sono gli stessi, ma si respira un’aria più pesante. I visi e gli sguardi degli intoccabili sono più ostili, sembrano non tollerare la presenza dei non locali, non si avverte solamente l’ormai familiare odore del fumo naturale dei corpi, si avvertono altre sostanze che sanno di oppio, disperazione, avversione. Alcuni uomini sono immersi fino alla vita in un’acqua torbida, appiccicosa, nera come la pece, setacciano con una rete in cerca di oro, proprio lì dove il fuoco si è appena spento trai frammenti di storie, ricordi, visi e capelli che ormai non ci sono più e magari di gioielli.
A guardare dritto verso il Gange qui c’è il Tempio di Shiva con la sua Fiamma Eterna, all’interno si sentono tutto il calore, le leggende e l’energia potente, disarmante, destabilizzante di questo luogo senza tempo che lascia letteralmente senza fiato, una mano rugosa mi dà la benedizione accarezzandomi la testa, lasciandomi in fronte un Bindi fatto di cenere, ora dovrei vedere, ora dovrei capire ciò che il mio terzo occhio vorrà mostrarmi.
Sono pronta, mi dico. Ma pronta a che cosa? Alla morte forse? La realtà è che qui a Varanasi si ha la netta percezione della Vita più che della Morte, o meglio la consapevolezza che semplicemente la morte stessa fa parte da sempre della nostra vita, dal giorno stesso in cui veniamo al mondo è parte di noi. Quindi essere Pronti ad Accettarla, Ringraziarla, Celebrarla, Innalzarla al di sopra dei pregiudizi, di ciò che non riusciamo a spiegare come unica certezza, percepirla e riconoscerla come una vera e propria Compagna di Vita.
Essere pronti a convivere con Essa, in Essa, nella maniera più semplice e naturale possibile, integrarla nella nostra ordinarietà tra il negozietto di un barbiere, un ragazzino che gioca a fare i tuffi nell’acqua o una donna che lava i panni nella stessa cenere, sentirla, condividerla tra i canti, i balli le luci, le musiche i fuochi d’artificio, tra preghiere, risate, pianti, affari di famiglia e scene di vita ( e morte ) quotidiana.
Sono pronta a capire questo luogo, a vedere la celebrazione della vita con la morte e più che ad un funerale sembra di essere ad una festa. Una festa di addio, anzi di Unione, di Arrivederci.
Il giorno che temiamo come ultimo è soltanto il nostro compleanno per l’eternità. – Seneca –
Quante volte avrete visto le immagini delle mitiche Piramidi d’Egitto sulle riviste, il fascino della Sfinge al tramonto, la magia di Luxor, la Valle dei Re; è giunto il momento di mettere da parte le pagine sgualcite per aprirne altre, vere, nuove, di vita vissuta. Qui troverete un itinerario fai da te per l’Egitto, non la classica crociera sul Nilo quindi, ma un on the road che sa di libertà e di avventura per visitare il paese in completa autonomia spostandosi con taxi e treni notturni.
il tempio di Phile. Entrata 140 egp + il costo della barca per arrivare al tempio è intorno ai 250 egp andata e ritorno. Il tempio si visita in un’ora e mezza e il vostro barcaiolo sarà ad attendervi all’orario concordato per riportarvi indietro.
Trasferimento notturno in treno prima classe da Luxor a Il Cairo. Partenza da Luxor alle 21, arrivo a Il Cairo alle 6.20 del giorno dopo.
IL CAIRO ULTIMA NOTTE
il quartiere islamico con il bazar e il centro storico antico. Entrata al complesso di edifici Al Mu’izz: 100 egp
la Cittadella. Entrata: 140 egp
il quartiere copto
la Moschea El-Azhar (entrata gratuita), la moschea del Sultano Hassan (entrata 80 egp) e la moschea di Ibn Tulun (entrata gratuita, mancia obbligatoria ai custodi per i soprascarpe)
Avete voglia di un viaggio insolito ed emozionante??? Un on the road tra natura, castelli e leggende??? Qui vi propongo un fantastico itinerario diverso dal solito e non convenzionale per scoprire la misteriosa Transilvania, potrete dormire in luoghi particolarissimi, guidare su strade panoramiche da togliere il fiato e vivere un’esperienza veramente unica e a poco prezzo.
Un on the road in autonomia con la propria automobile che parte dall’Italia, con prima tappa a Budapest fino ad arrivare alla mitica terra del conte Dracula. Tappa imperdibile anche al ritorno… tutti gli alloggi da me selezionati accettano gli animali domestici, se anche voi come me, avrete intenzione di portare con voi il vostro affezionatissimo cane, in questo viaggio senza aerei è fattibilissimo.
9 NOTTI MESE DI OTTOBRE nella stagione di Halloween e del favoloso foliage autunnale.
EscurzioneTUNNEL DELL’AMORE OBREJA 120 km da Hunedoara vicino alla città di Caransebeş, nella Romania occidentale. Il comune di Obreja è composto da quattro villaggi, Ciuta, Iaz, Obreja e Var. Per trovare questo bel posto, è necessario dirigersi verso est sulla strada di campagna DN68 ed essere alla ricerca di una vecchia ferrovia proprio alla periferia del villaggio di Obreja. Questa ferrovia vi guiderà verso un bosco sul lato destro della strada. Per raggiungere il bosco, è necessario prendere un sentiero sterrato, che vi condurrà direttamente alla ferrovia abbandonata e alla sua meravigliosa trasformazione nel bosco.
Ed ora vi propongo un nuovissimo viaggio fai da te per la magica Norvegia, se riesco vorrei andarci quest’estate tra giugno e luglio per poter vivere l’esperienza del sole di mezzanotte, non pochi soldi e giorni da spendervi, ma se si vogliono vivere dei momenti unici e se si vogliono realizzare i propri sogni, ne varrà sempre la pena, sempre.
Un bel Viaggio non ha mai prezzo per me e vale più di altri mille oggetti materiali, quindi se come me, avete voglia di avventura ed incanto leggete le informazioni di questo super on the road alla scoperta della Norvegia, tra Rorbu, laghi, traghetti e fiordi fino al remoto Capo Nord, troverete gli hotel che più mi attraggono e un’idea di itinerario.
VOLO DIRETTO ROMA – BERGEN circa 3 ore 400 euro
15 NOTTI
ITINERARIO: BERGEN 1 NOTTE A BERGEN
BERGEN – OSLO con Norwey In a Nutshell partenza ore 8.43 di mattina da BergenfareSOSTA A FLAM 1 NOTTE A FLAM
OSLO 1 NOTTE
Da OSLO volo ore 15.00 per EVENES -LOFOTEN arrivo ore 16.40 – noleggiare auto
SVOLVAER 170 KM – 1 NOTTE A SVOLVAER
REINE 120 km 2 NOTTI a REINE
SVOLVAER 120 KM – 1 NOTTE A SVOLVAER
SOMMAROY 430 km – 6 ore 1 NOTTE A SOMMAROY ( città senza orologi )
Il guerriero della luce crede. Poiché crede nei miracoli, i miracoli cominciano ad accadere. Poiché ha la certezza che il suo pensiero può modificare la vita, la sua vita comincia a mutare. Poiché è sicuro che incontrerà l’amore, l’amorecompare.
Ecco un altro itinerario che ho preparato per un bel week end lungo in Russia, tra le delizie culinarie e le storiche piazze di Mosca e San Pietroburgo spostandosi in treno.
Non vedo l’ora di poter vivere questa esperienza in questo paese così autentico e dalla fortissima personalità, la bozza e pronta io pure! Aspettiamo solo l’apertura delle frontiere per turismo….
MOSCA/SANPIETROBURGO con il treno
Periodo consigliato: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto o Settembre
treno diurno ad alta velocità (Sapsan), il quale ci mette circa 4 ore,
I treni partono dalla stazione di Leningradskiy a nord-est di Mosca (ma è comunque abbastanza centrale) e arrivano alla stazione dei treni di San Pietroburgo (che si trova nel centrale viale Nevsky).
treno notturno molto affascinante I più conosciuti sono il Freccia Rossa (treno 002A da Mosca) o il Grand Express (054), che partono rispettivamente alle 23.55 e 23.40, e arrivano verso le 8 di mattina a San Pietroburgo.
Cremlino – piazza rossa – cattedrale san basilio – ilconvento delle “Nuove Vergini” – Cattedrale di Smolensk – Cattedrale del Cristo Salvatore (vai sul retro e fermati sul ponte che la collega all’isola di Mosca. Questo ponte offre uno degli scorci migliori della città ) – strada Tsverskaya – metropolitana
SUPERMERCATI SFARZOSI il Gastronom N° 1 (dentro al GUM in Piazza Rossa) e l’Eliseyevskiy (in via Tverskaya).
Il VDNH (in italiano – Esposizione delle conquiste dell’economia nazionale) è un enorme complesso architettonico con giardini, padiglioni monumentali e, soprattutto, meravigliose fontane dorate che funzionano da metà aprile a metà ottobre.
· Caffé Pushkin: probabilmente il ristorante più famoso di Mosca e che apparirà in tutte le liste di ristoranti della città (vedi foto all’inizio dell’articolo).
prospettiva Nevskij è il grande viale che attraversa la città di San Pietroburgo da ovest ad est unendo l’Ammiragliato al Monastero di Aleksandr Nevskij.
Fortezza san pietro e paolo – cattedrale sant’Isacco – Peterhof è un magnifico complesso di palazzi, giardini, fontane, cascate – Palazzo d’Inverno domina la monumentale Piazza del Popolo – chiesa del salvatore – Cattedrale di Sant’Isacco.
camminare sui tetti. Un insolita passeggiata sui tetti di San Pietroburgo visite guidate avvengono in cima a un palazzo in stile art nouveau in via Ligovskij Prospect 65.
RISTORANTI
Palkin,
Troyka
Yat
Katyusha
Severyanin
HOTEL
Grand Hotel Europe, A Belmond Hotel, St Petersburg