Marocco, caldo come un tè nel deserto.

Terra antica,semplice e contraddittoria, che mi ha riservato sorprese.
Di certo mi ricorderò la gentilezza delle persone, la loro umiltà, gli occhi gentili, a tratti disperati, a volte malinconici, ma sempre fieri. Luogo pittoresco, a tratti bizzarro, a tratti arido, secco, rovente. Ho percorso strade rocciose, strade affollate o deserte, mi sono persa tra i cunicoli delle medine di Midelt, tra i profumi di curry, di resina bruciata, di cipolla fritta dei mercanti ambulanti di Marrakech, frastornata dalle loro grida, le musiche, i richiami. Ho meditato tra le dune sabbiose e dorate del Sahara, ho boccheggiato nelle concerie di Fes dall’odore acre e pungente, ho accarezzato centinaia di gatti ad ogni angolo delle città.


Non ho trovato ostilità, ho trovato persone disposte ad aiutare e si anche a chiedere aiuto, ma senza arroganza. È proprio vero che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Sono partita come sempre fiduciosa e sono stata ricambiata con la stessa moneta. Quella del rispetto.
Ho attraversato mille colori, odori, porte, paesi e sono riuscita a scoprire, a cogliere l’essenza del Marocco, un luogo che ha tanta voglia di dare e bisogno di essere vissuto, ascoltato, sorseggiato pian piano, proprio come una tazza di te’ alla menta, inizialmente può scottare un po’, ma subito dopo il suo profumo, il sapore è così intenso, inebriante ed accogliente da non poterne più fare a meno.

“Un paese è ciò che noi siamo nel momento in cui lo visitiamo”
Tahar Ben Jellou

Il primo bicchiere è gentile come la vita,
il secondo bicchiere è forte come l’amore,
il terzo bicchiere è amaro come la morte.
(antico proverbio arabo)

Namibia, il cerchio della Vita.

Il silenzio, la natura selvaggia della maestosa distesa di Waterberg, il risveglio, il rischio, l’eccitazione. Vivere giorno per giorno, ogni attimo è prezioso, il viaggio è nel qui ed Ora. Il viaggio è Vita, le albe, i tramonti, gli animali, l’aria forte, l’essenza dell’Anima.

E poi…eccolo: l’Etosha. Un dipinto. Un vero e proprio dipinto dell’Universo, un mondo parallelo di avventure, sorprese, odori, distese, immensità. Terra arida, vento caldo. I nostri cuori e gli occhi pieni che si commuovono, le nostre teste che si inchinano a così tanta potenza. La meraviglia nascosta, inaspettata e conquistata fa da cornice a questi capolavori della natura a questi quadri eterni, senza età. Inafferrabili quanto indelebili.
Grazie a tutti gli esseri speciali dell’Etosha, grazie al Re di tutte le foreste immaginali.

Le rocce e Terra del Damaraland sono rosse, come il fuoco. Avide, polverose, bollenti.
Strade sconosciute all’uomo moderno, caverne di simboli segreti, tra la via antica dei lion mans e degli sciamani. I sorrisi veri, la pelle colorata di sabbia delle Tribù danzanti, con i piedi scalzi e duri come i loro sguardi, lontani dal mondo e vicinissimi a dio, chiunque esso sia.

Strettoie di sabbia naturali tra setose, brillanti, altissime dune ed il gelido oceano atlantico, non danno scampo. Con la luna crescente e la marea che si alza all’improvviso queste strade di sabbia si trasformano in trappole letali. Non danno preavviso, le onde avanzano, le montagne dorate cambiano forma e via d’uscita continuamente. Un labirinto fatale manovrato a piacere da madre natura, che con i suoi elementi si prende gioco di noi. Una trappola attraente e meravigliosa che lascia senza fiato, in tutti i sensi. La terra delle dune, il fuoco del sole, l’acqua dell’oceano, l’aria del vento cocente di giorno e gelato di notte la fanno da padrone. Gli scheletri di animali e persino umani fanno da testimoni a questa perversa, accattivante, bellissima marcia mortale che scorre lenta tra la cittadina di Swakopmund e la spettrale Skeleton coast.

Piccolissimi granelli dorati che formano dune altissime che sembrano toccare il cielo, il vento forte che, come uno scultore, le plasma, le trasforma, le rende inafferrabili,
come un amante le accarezza, ne esalta le curve sinuose.
La terra come pietra non le adula, non le loda, è spietata, non dà accesso alla vita, gli alberi sono secchi, le speranze morte. Bisogna solo fermarsi, senza avanzare oltre, questa soglia non si varca, al di là l’uomo non può sopravvivere, non può comandare. Sossusvlei, un deserto assoluto dove si può solo guardare da lontano, tornare indietro disarmati, arrendersi, oppure morire.

La dolcezza è tiepida e mansueta in un luogo apparentemente più gentile come il Kalahari. Il cerchio della Vita qui sembra meno feroce, si confonde meglio tra gli inconsueti cespugli verdi, tra le dune più morbide color cannella, tonde e vivaci come arance, come il sole assonnato del tramonto. I riflessi della sabbia ramati sfiorano i dorsi dei tantissimi animali che convivono in una tregua apparente, ad un passo falso dai ruggiti dei rari ghepardi famelici e le trappole delle tribu anch’esse in cerca di cibo.

Grazie Namibia delle meraviglie che ci hai donato, dei tuoi preziosi animali che ci hai permesso di scrutare, amare, grazie di averci permesso di essere parte della tua essenza, di aver riempito i nostri cuori di albe e tramonti dorati. Grazie per tutte le risate, i giochi, le avventure che ci hai regalato e concesso.
Abbiamo sospirato, riso, pianto..ci siamo impauriti, commossi, divertiti. Ci siamo sentiti Vivi, Liberi, Grati e Uniti, siamo stati un tutt’uno con questa Terra Selvaggia, con l’Universo, una stessa persona, uno stesso uomo leone, una stessa Anima. Grazie Terra santuario, è stato semplicemente bellissimo.

“La Terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla Terra”.

Rapa Nui e Messico, Magia, Sogno, Incantesimo

Dopo mesi, anzi anni a sognare questo viaggio, finalmente si parte… prima tappa Città del Messico. Trascorriamo la serata passeggiando per le viette del centro storico, gli ambulanti stanno smontando le ultime bancarelle di frutta e maschere di Halloween, c’è tantissima gente per strada, è domenica, la maggior parte messicani e vediamo le prime facce truccate da scheletri. La cattedrale dello Zocalo è davvero imponente e affascinante, la piazza immensa, ci mangiamo dei tacos in un ristorantino tradizionale e stanchissimi ci trasciniamo a dormire. Il giorno seguente si riparte per Taxco. Prima di arrivare ci fermiamo a Cuernavaca, un piccolo paese molto caratteristico e pittoresco dalla cattedrale e dalle case coloratissime, un paese chiamato l’eterna primavera, qui il clima è sempre caldo, mite e si sta benissimo. Una fugace visita alla piazzetta e si prosegue… la strada che porta a Taxco è bellissima, immersa nel verde e la città lo è ancora di più. Incastonata su una montagna, coloratissima, vivace, la cattedrale e le vecchiette dalle schiene curve e le rughe solenni a cucire tappeti di lana, gli occhioni neri neri dei bambini che ci guardano e ci sorridono e l’imponente Cristo a braccia aperte sopra la cima della montagna.

L’indomani sveglia all’alba, ci aspetta un lungo tragitto per raggiungere la tanto desiderata Rapa Nui… dopo 12 ore di volo finalmente atterriamo in un piccolo aeroporto dai tetti di paglia… appena scesi dall’aereo un dolce profumo di fiori ci inebria, lo stesso profumo che ci accompagnerà per tutto il tempo trascorso su questa leggendaria isola e che non scorderemo mai più. Il cielo è azzurro e subito, senza perdere tempo, prendiamo un autobus ed andiamo alla spiaggia di Anakena, dove ci attendono loro, i primi Moai che incontriamo. Il mare è azzurro, di un azzurro intenso, l’aria è fresca e tutto intorno palme e questa sabbia dalle sfumature rosa. Il paesaggio è incantevole, sediamo di fronte alle statue per un bel po’ e rimaniamo lì, a guardare l’orizzonte con una piacevolissima sensazione di pace interiore. Pranziamo con una buonissima zuppa di curry e gamberi e appena rientrati all’ostello, un piccolo stabile in legno proprio di fronte all’oceano, cadiamo in un sonno profondo per quasi 14 ore! Il mattino seguente ci sveglia il frastuono delle onde che sbattono energicamente sulle rocce, andiamo fuori e lo scenario è inquietante e affascinante allo stesso tempo. Un vento fortissimo, e caldo, un oceano grosso, impetuoso, gelido. Affittiamo una suzuki e giriamo l’isola. Siamo rimasti a bocca aperta alla vista del vulcano Orongo, nel sito Rano Kau e di nuovo quando, salendo, scorgiamo un panorama da perdere il fiato, davanti a noi a strapiombo l’impressionante vista degli isolotti Motu Iti, Motu Kau Kau e Motu Nui, gli stessi dove migliaia di anni fa gli uomini del luogo sfidavano a nuoto il mare mosso e le onde giganti per vincere la prova di coraggio e diventare gli uomini-uccello, gli indiscussi capi tribù… Ripresa la macchina continuiamo a girare, il mare di un azzurro ancora più intenso sempre alla nostra destra, ogni tanto non resistiamo, la vista è troppo bella e prendiamo una strada sterrata, ci avviciniamo alle scogliere, facciamo delle foto e respiriamo l’aria pulita a polmoni pieni. Le strade sono libere, non c’è nessuno, solo tantissimi cavalli, liberi selvaggi, che delle volte ci sfrecciano davanti al galoppo, si va piano piano e ci si gode il panorama. Arrivati alla cava Rano Raraku ci aspettano altre statue, alcune crollate, altre più piccole, altre enormi… alcune teste spuntano dall’erba verde e ci guardano e ci incantano… La cava è una collina dove c’è un altro cratere, dove gli abitanti prendevano la pietra per costruire i Moai, da quassù la vista è superba, ancora il mare turchese e poi eccoli, i 15. Già da così lontano si sente la loro forza, si percepisce la solennità; quando finalmente arriviamo davanti a loro, non ci sono parole per descrivere tutte le emozioni provate al sito Tongariki. I 15 giganti tutti in fila sembrano osservarti, ascoltarti e scrutarti l’anima. Favolosi.

Il giorno successivo andiamo a trovare gli altri Moai sparsi per l’isola, gli Ahu Akivi, gli unici rivolti verso il mare ed il maestoso Tahai l’unico che ha gli occhi, dei grandi occhioni bianchi che sembrano guardarti dritto in fondo all’anima, si trova proprio davanti al mare, in uno sfondo unico, tra onde spumeggianti che si infrangono sulle rocce scure, al tramonto il sole sprigiona i suoi riflessi dorati proprio dietro a lui e lo spettacolo è veramente incantevole.

Rapa Nui, terra magica, selvaggia e misteriosa, magia, magia pura.

La lasciamo al quarto giorno con un nodo in gola, colmi di gratitudine e ammirazione.

Altri voli, altre corse, altre 12 ore per ritornare in terra messicana. Atterriamo alle 6 di mattina e prendiamo subito un altro passaggio in autobus per raggiungere la coloratissima Puebla. Qui ci sono tante case variopinte, cattedrali, torri e la mitica piramide di Cholula, la più grande del mondo, ricoperta da erba verde, sulla sua sommità, dove una volta si trovava il tempio azteco, ora si trova una chiesa cattolica. Un luogo molto affascinante, da sopra una vista magnifica su tutta la città, si possono vedere ancora meglio tutte le varie sfumature delle vivaci abitazioni. Ci mangiamo una pannocchia di mais lessa ricoperta di maionese, formaggio grattugiato e paprika e ci gustiamo il panorama dall’alto, al tramonto…

Il giorno seguente prendiamo un altro autobus che ci porta a Oaxaca, il viaggio è di 5 ore, il tragitto è un po’ lungo, ma ne vale la pena, percorriamo delle strade spettacolari tra le montagne, scenari che cambiano continuamente colore, dalle verdi piantagioni di cactus, alle montagne più o meno rocciose, a tratti rosse, a tratti grigie, gialle, marroni. Molta gente che è con noi in autobus porta con sé migliaia di fiori arancioni, i crisantemi del dia de los muertos, probabilmente da vendere in città, arriviamo all’ora di pranzo, è il 29 ottobre e siamo nel pieno dei festeggiamenti per il giorno dei morti, questa cosa salta subito all’occhio.

Per tutte le vie della città ci sono già canti, balli e parate, tutti con i visi pitturati e truccati da teschi, gente di tutte le età, dai bambini agli anziani, l’atmosfera che si respira è davvero unica e festosa.

Per le viette del centro mille bancarelle che vendono costumi, scheletri colorati, prodotti di artigianato, specialità culinarie, meskal… assaggiamo tutto, acquistiamo di tutto, ci guardiamo intorno a bocca aperta, è tutto molto surreale, tutto molto particolare, malgrado l’apparenza goliardica, tutto è molto mistico e rispettoso.

In tutti gli atri dei palazzi, delle case, degli hotel, dei negozi e dei ristoranti c’è un altare. Alcuni piccoli, altri giganti, degli altari con rappresentazioni di Catrina, della Santa Muerte, altari ricoperti da crisantemi arancioni, ai loro piedi ci sono degli arazzi con varie figure composti da petali di fiori e poi ancora i doni ai defunti, i loro cibi e le loro bevande preferite, dolcetti, liquori… le foto dei cari che non ci sono più sempre esposte, la tradizione dice che durante le notti dal 31 ottobre al 2 novembre, solo i defunti che hanno una loro foto esposta possono unirsi al nostro mondo camminando tramite i tappeti di fiori arancioni che fanno da portali, da passaggi magici. Per questo tutte le famiglie si ritrovano insieme e riunite nei cimiteri e vegliano sulle tombe i loro cari, per potersi ricongiungere a loro, per poterli sentire ancora più vicini durante queste notti speciali.

Il giorno del 31 ottobre andiamo in piazza mascherati, con gli abiti tradizionali da Catrina e Scheletro, ci facciamo truccare anche noi il viso dai tanti artisti che sono sparsi dappertutto e quando cala la notte ci dirigiamo al poco distante cimitero principale, al panteon xoxocotlan. Le stradine che portano al cimitero sono piene di bancarelle che vendono di tutto, dal cibo ai caratteristici teschi colorati, dappertutto c’è musica, un enorme palco proprio all’ingresso suona le canzoni più tradizionali e si balla, tutti ballano… all’interno le tombe sono tutte completamente ricoperte da fiori, da allestimenti colorati, illuminate da candele; intere famiglie tutte intorno a pregare, a ridere, a chiacchierare… un’atmosfera unica, una sensazione bellissima di pace, di allegria, molto emozionante. Il giorno dopo, alla luce del sole, di mattina, siamo andati in un altro cimitero, il panteon general e di nuovo abbiamo trovato la stessa situazione, lo stesso scenario di intere famiglie sedute a cerchio, a mangiare, a bere, a scherzare, a piangere… tutto intorno a noi un profumo di fiori e di incenso ed il dolce e malinconico suono della chitarra di un mariacho che era lì, ad intonare una canzone d’amore ad un suo caro defunto. Con le lacrime agli occhi dalla commozione siamo usciti fuori dal campo santo, ad aspettarci le solite deliziose bancarelle ed addirittura un luna park!

Prima di lasciare questa splendida città, decidiamo di visitare alcune perle nei dintorni, luoghi misteriosi dove antiche leggende si mescolano a seducenti enigmi … Facciamo una passeggiata tra le piramidi del mitico sito di Monte Alban, gli scalini sono tanti, ma la vista dall’alto ripaga i nostri sforzi, c’è un piacevole silenzio, una sensazione di tranquillità, forse l’Enigma Alieno sta proprio in questo e non in quella spianata sulla quale i templi sono stati costruiti. C’è chi pensa, infatti, che Monte Alban sia stato spianato da forze aliene per permettere alle astronavi di atterrare…

Visitiamo poi il tempio maledetto di Mitla, la città dei vivi e dei morti, nel sottosuolo vennero ricavate tombe e camere segrete dove avvenivano sacrifici umani offerti ai signori dell’oltretomba…

Ed infine raggiungiamo Hierve el agua… una stradina strettissima e parecchio dissestata ci porta in questa vallata spettacolare dove la natura sembra parlare, intorno a noi piscine naturali a strapiombo sulle montagne, montagne che sembrano avere delle facce, grosse aquile che ci volano sopra la testa, cascate calcaree a strapiombo che sembrano incantate…Una leggenda dice che il flusso dell’acqua è stato pietrificato a causa di un incantesimo e non avendo più un minimo di razionalità dopo tutti questi giorni immersi in tradizioni, racconti e storie fantastiche, sinceramente non possiamo che pensare che sia l’unica possibile spiegazione! 😉

Viaggio magico, un sogno, un incantesimo.

Anche un viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo.
(Lao Tzu)

Nepal dalla terra al cielo

Il Nepal ti travolge, appena arrivi, al primo impatto.
Quegli sguardi profondi, quegli occhi scuri di quei bambini che sembrano guardarti dentro e lo fanno. Tutti ti sorridono, sempre, con le mani giunte, le donne con quei visi rugosi, i capelli macchiati di rosso per quei bindi sempre un po’ sbafati sulla loro fronte. Gli uomini seduti davanti a templi magnifici ed eterni, con quei gesti lenti, fieri all’alba e al tramonto anche loro intenti a lasciare offerte, intrecciare fiori, accendere candele per celebrare la puja.
Tutto è un rito, tutto è sacro.

Motorini e macchine chiassose che lasciano un’aria grigia ed irrespirabile sfrecciano a due passi da te, dagli altari addobbati, dalle stupe che ti osservano ovunque in ogni istante. Strade dissestate, fangose, a ridosso di veri e propri burroni, si lasciano percorrere incessantemente da pellegrini, da motociclette arrugginite con sopra intere famiglie, neonati compresi, pulmini coloratissimi e mezzi scassati con gigantografie stampate di lord shiva sui cofani che camminano a stento strapieni di gente ammassata, tra il traffico assurdo e sorpassi da infarto.
Ore ed ore ed ore per percorrere pochi chilometri di strade dissestate per poter raggiungere le città vicine, passare dalla giungla selvaggia umida, con i suoi rinoceronti enormi che sbucano ovunque tra l’erba alta e bagnata, , ad un fiume infestato dai coccodrilli, per poi ritrovarsi senza nemmeno sapere come sia stato possibile arrivarci ad un passo dalle vette più alte del mondo. Sentire l’aria pura, ma tagliente che toglie il respiro dell’Himalaya, attraversare a piedi feriti e doloranti ruscelli, vallate, boschi, foreste, montagne. Incrociare asini, tori, capre nel tuo stesso stretto sentiero, raggiungere piccoli gelidi villaggi remoti, dove la notte si dorme con guanti e cappelli di lana, l’acqua per lavarsi è congelata ed il cibo così semplice, buono e genuino che basta a scaldarti l’anima.


I paesaggi, le persone, l’ospitalità, le danze improvvisate per le viette, gli abiti tradizionali indossati per i giorni di festa, le loro divinità dietro ad ogni angolo, il profumo di incenso, l’odore di aglio fresco appena tritato, tutto il Nepal, malgrado il freddo, il mal di montagna, le strade polverose, i rubinetti e le prese della corrente che non funzionano quasi mai, ti entra dritto nel cuore, ti destabilizza, ti commuove e ti riempie di amore quello semplice, quello più genuino, incondizionato, gentile. I ricordi che affiorano sono solo quelli più belli, le sensazioni di quei bambini a cui stringi la manina anche solo per un attimo, di quei capelli neri intrecciati nei cappelli di lana colorati e tutte quelle cose che non ti facevano dormire bene, sentire caldo, o stare connesse ora fanno solo sorridere, perché ti rendi conto di essere stato in realtà connesso con la natura, l’universo, le montagne, le persone e con te stesso. Non era quella coperta in più a darti il calore necessario ma tutti loro, tutto questo meraviglioso paese ed il suo popolo coraggioso, forte, buono, ammirevole e grandioso.


Grazie grazie Nepal.
NAMASTE.


L’India è intensa.

L’India  è intensa. Surreale. Contraddittoria.

Cruda, spietata, esigente a tratti lucente, a tratti oscura.

Una linea sottile che divide il bene dal male, la realtà del sogno, il voler fuggire il più lontano possibile dall’attrazione nel voler rimanere.

Mette letteralmente a nudo  persone e sentimenti, i desideri e le paure più inconsce, primordiali.

Un costante velo di nebbia e magia ricopre i ghat e le menti,  offusca, confonde.

Vagando tra le luci delle candele e le stelle, i fumi dei crematori, i canti dei pellegrini, le risate chiassose dei ragazzini che fanno tuffi sul Gange, le musiche dei mantra su basi tecno per il Dev Deepawali, la puzza acre di piscio ed il profumo inebriante degli incensi sembra di essere nel mezzo di uno strano sogno.

Si entra in un portale, dove si raggiunge un mondo folle, sconosciuto ai confini della realtà, dall’alba al tramonto preghiere, rituali, cerimonie, folle immerse  nelle acque sacre, fiori, panni ad asciugare, preparativi di ogni tipo.

C’è chi dorme, chi si inginocchia, chi prega. donne che si pettinano i lunghi capelli bagnati, bambini che piangono e giocano sulle rive tra la terra e la cenere,  uomini dagli sguardi fieri, pensierosi, nostalgici, mendicanti, bramini, devoti, disperati.

Nei vicoli labirintici cani randagi, vacche che occupano il passaggio in mezzo alle vie già  strette, scimmie che saltano tra i cavi elettrici, sputi, immondizia, altarini dismessi, ad ogni angolo  templi nascosti disarmanti e belli da far mancare il fiato proprio come gli odori forti, che sanno di escrementi, morte, speranza, palo santo, dura realtà.  E poi ci siamo noi, anime smarrite tra i suoni di flauti e tamburi, cortei funebri e matrimoni che piangiamo e ridiamo insieme, che vogliamo fuggire e rimanere, urlare e meditare. Varanasi è tutto questo e molto di più.  Come in un sogno  confuso è difficile trovarne un senso, è difficile uscirne, dimenticarsene o ricordarlo bene.

L’India è intensa. Surreale. Contraddittoria.

Un universo parallelo dove il tempo e lo spazio sembrano sparire

sembrano perdersi tra le rive del Gange insieme ai pensieri, agli attaccamenti materiali e alla ragione.

Sicuramente anche un pezzo del mio cuore si sarà perso in queste acque sporche ma sacre, o tra le strade luride ma profumate, tra le asharam e gli altari, forse è stato preso da un gabbiano e lanciato sull’altra sponda, o riportato a riva da un’onda insieme ai resti dell’ultima Puja, o magari il pezzo del mio cuore è stato trascinato a largo da una barca insieme al corpo di un’anima pura che non è stata bruciata. Ovunque esso sia sicuramente rimarrà qui a vagare insieme a tutto il resto tra le assurdità, le bellezze, i colori, i palazzi fatiscenti, le persone gentili, le speranze,  le ombre di Varanasi.

Ma se non ci fossero le tenebre non ci sarebbe neanche la luce.

Un ringraziamento speciale va a Varanasi per avermi fatto vivere senza filtri tutte le mie emozioni anche quelle nascoste più a fondo, quelle che fanno più paura, Grazie per avermele fatte attraversare, affrontare dandomi l’opportunità di guardarle dritte in faccia, di guardarmi negli occhi, allo specchio e riscoprire me stessa e tutti i lati della mia anima, limpidi e torbidi, riflessi nelle acque stesse di Mama Ganga.

Ho riso, ho pianto. Mi sono arrabbiata, commossa, disperata, illuminata. Ho avuto paura, sono stata coraggiosa. Ho provato pena, odio, compassione, disprezzo, amore.

Mi sono persa e ritrovata, odiata e perdonata.

Catapultata nello smog di Delhi, intrappolata nel traffico, tra vicoli troppo stretti ed affollati mi sono poi ritrovata sospesa, come in un limbo, tra gli incensi ed i rituali nei ghat sulle sponde del Gange di Varanasi.

Ho respirato la polvere e la povertà delle strade sterrate di Mathura, camminando incerta tra  vacche e pellegrini striscianti.

Ho ballato e cantato nei templi di Vrindavan, sono stata trasportata dalla musica, dalle preghiere  e da sudici treni notturni.

Sono stata accolta da sorrisi gentili e devastata da scomode realtà. Disarmata e Grata saluto, disprezzo ed onoro questo luogo tanto dimenticato quanto vicino ad ogni posdibile Dio. Saluto, accolgo, rinnego, ed abbraccio l’India e tutte le indescrivibili emozioni nascoste in essa, racchiuse in me.

Vi sono cento porte per entrare in India, ma nemmeno una per uscirne. – Ferdinand de Lanoye –

Mama Ganga

Attenta non toccarla. Mi raccomando stanne lontana. Segui il mio consiglio rimani alla larga.
Questo e molto di più mi dicevano sull’acqua del Gange.
Sono arrivata a Varanasi carica di paure e di pregiudizi, diffidente ma con lo sguardo curioso spesso rivolto verso questo fiume torbido.
Un’attrazione quasi magica nel volerlo spiare, tener d’occhio, controllare.
Tutta la vita degli abitanti di Varanasi gira intorno ad esso cerimonie, bagni, tuffi, c’è chi ci si immergie completamente, qualcuno ci lava i panni, altri addirittura i denti, molti persino la bevono quest’acqua scura, rinomata per essere tra le più inquinate al mondo. Nel Gange si cresce, nel Gange si muore.
Eppure malgrado la sua reputazione pessima, non sembra così minacciosa, non sembra meno sporca di alcune coscienze.
Il suo richiamo è forte, come il canto di una sirena, sarà altrettanto pericoloso? o magari si rimane incolumi grazie ad un vero e proprio miracolo o semplicemente per pura fortuna, per puro caso.
Sicuramente non se ne rimane indifferenti e prima o poi, malgrado tutte le paure, i consigli, i pregiudizi iniziali, prima o poi si
cede, ci si arrende.


Il suo fascino, il suo mistero vanno oltre la razionalità, oltre ogni qualsiasi congettura e ci si lascia andare, il cuore riesce a tradurre la sua lingua antica e sconosciuta alla mente, l’anima la riconosce, la ricorda e si affida, si inchina e si sporge per poter toccare quest’acqua vera, che non mente, per poterla sfiorare anche per un solo attimo così com’è, con tutti i suoi difetti, un solo attimo che diventa eterno e che non potrà mai più essere dimenticato.

Bastava solo ascoltarla….

Varanasi, una festa di Addio.

Circa duecentocinquanta chilogrammi di legna e tre ore di tempo occorrono per bruciare un corpo. Già…ma servono anche tanta fede, fegato e possibilmente l’acqua sacra del Gange.  Si perché esser cremati qui, a Varanasi, è un onore, esser un tutt’uno e tornare tra le braccia primordiali di Mama Ganga è la salvezza dell’Anima che torna alle proprie origini, torna a far parte dell’Universo, dell’Infinito e sono circa trecento le persone che ogni giorno incessantemente dall’alba al tramonto hanno questo privilegio.

Mi avvicino a passo incerto più intimorita che mai al Ghat Harischchandra, enormi pire di legna accatastate ai margini della strada anticipano l’ingresso di questo luogo così sacro quanto blasfemo, così come i pianti disperati di alcune donne abbracciate tra loro sedute su degli scalini lontani dalle fiamme, loro non possono avvicinarsi né assistere, le loro lacrime ed i loro lamenti turberebbero le anime dei defunti e ne limiterebbero l’ascensione.

Sotto la supervisione degli intoccabili, la casta inferiore addetta ai lavori più umili, nonché gestori dei crematori, solitamente è il primogenito maschio a dare inizio alla celebrazione.  

Per l’occasione i suoi capelli vengono rasati, è per questo che ci sono tantissime botteghe di barbieri nei dintorni,  è lui ad avere il compito di appiccare il primo fuoco, nonché di rompere delicatamente il cranio con un bastone per far innalzare lo spirito in cielo nel caso, durante la cremazione, non si fosse spaccato da solo. Ed è sempre lui ad accompagnare in barca i corpi che non vanno bruciati nelle acque del Gange,  i corpi dei bambini perché sono innocenti, delle donne incinte per lo stesso motivo, dei sadhu perché non hanno peccati, dei morti per morso del cobra e dei lebbrosi perché entrambi sono manifestazioni di Shiva, non vengono bruciati, ma si lasciano andare nel Gange,  spinti in acqua con una pietra legata al collo o ai piedi per restare giù, nel fondo,  tra i misteri ed i pensieri più nascosti ed intimi del sacro fiume.

Sono dei riti solenni, antichi che mi trasmettono tanta serenità. I miei occhi non hanno più timore di guardare, la mia mente accetta, il mio cuore accoglie. Mi pervade un inaspettato senso di pace profonda, non ci sono tensioni, non c’è paura. Intorno a me ci sono molti corpi, tanto fumo, legna, residui bruciati di stoffe colorare sparse dappertutto, capre che mangiano i pezzetti di fiori delle corone rimaste a terra, mucche che annusano l’aria che sa di incenso e carne bruciata, cani randagi che vagano tra le ossa o ciò che resta di esse, è tutto in perfetto equilibrio, tutto molto naturale. Non c’è disagio, solo armonia.

Percorrendola capiamo subito che si tratta della strada che porta verso il ghat principale quello di Manikarnika, dopo solo pochi passi devo spesso accostarmi con la schiena al muro per far passare i cortei funebri, le barelle di legno contornate da fiori variopinti, diretti verso le rive del Gange, sono tantissimi, si insinuano nel traffico, i canti delle preghiere si confondono tra i clacson, i fumi degli incensi si disperdono tra quelli dei tubi di scappamento dei motori, le processioni proseguono dritte, prevaricanti a passo spedito, invadendo gli spazi, i marciapiedi, i pensieri razionali, verso il fiume, verso l’immortalità.

Al Ghat di Manikarnika  l’atmosfera è diversa, i riti e le procedure sono gli stessi, ma si respira un’aria più pesante.  I visi e gli sguardi degli intoccabili sono più ostili, sembrano non tollerare la presenza dei non locali, non si avverte solamente l’ormai familiare odore del fumo naturale dei corpi, si avvertono altre sostanze che sanno di oppio, disperazione, avversione.  Alcuni uomini sono immersi fino alla vita in un’acqua torbida, appiccicosa,  nera come la pece, setacciano con una rete in cerca di oro, proprio lì dove il fuoco si è appena spento trai frammenti di storie, ricordi, visi e capelli che ormai non ci sono più e magari di gioielli.

A guardare dritto verso il Gange qui c’è il Tempio di Shiva con la sua Fiamma Eterna, all’interno si sentono tutto il calore, le leggende e l’energia potente, disarmante, destabilizzante di questo luogo senza tempo che lascia letteralmente senza fiato, una mano rugosa mi dà la benedizione accarezzandomi la testa, lasciandomi in fronte un Bindi fatto di cenere, ora dovrei vedere, ora dovrei capire ciò che il mio terzo occhio vorrà mostrarmi.

Sono pronta, mi dico.  Ma pronta a che cosa?  Alla morte forse? La realtà è che qui a Varanasi si ha la netta percezione della Vita più che della Morte, o meglio la consapevolezza che semplicemente la morte stessa fa parte da sempre della nostra vita, dal giorno stesso in cui veniamo al mondo è parte di noi. Quindi essere Pronti ad Accettarla, Ringraziarla, Celebrarla, Innalzarla al di sopra dei pregiudizi, di ciò che non riusciamo a spiegare come unica certezza, percepirla e riconoscerla come una vera e propria Compagna di Vita.

Essere pronti a convivere con Essa, in Essa,  nella maniera più semplice e naturale possibile, integrarla nella nostra ordinarietà tra il negozietto di un barbiere, un ragazzino che gioca a fare i tuffi nell’acqua o una donna che lava i panni nella stessa cenere, sentirla, condividerla tra i canti, i balli le luci, le musiche i fuochi d’artificio, tra preghiere, risate, pianti, affari di famiglia e scene di vita ( e morte ) quotidiana.

Sono pronta a capire questo luogo, a vedere la celebrazione della vita con la morte e più che ad un funerale sembra di essere ad una festa. Una festa di addio, anzi di Unione, di Arrivederci.

Il giorno che temiamo come ultimo è soltanto il nostro compleanno per l’eternità.  – Seneca –