Terra antica,semplice e contraddittoria, che mi ha riservato sorprese. Di certo mi ricorderò la gentilezza delle persone, la loro umiltà, gli occhi gentili, a tratti disperati, a volte malinconici, ma sempre fieri. Luogo pittoresco, a tratti bizzarro, a tratti arido, secco, rovente. Ho percorso strade rocciose, strade affollate o deserte, mi sono persa tra i cunicoli delle medine di Midelt, tra i profumi di curry, di resina bruciata, di cipolla fritta dei mercanti ambulanti di Marrakech, frastornata dalle loro grida, le musiche, i richiami. Ho meditato tra le dune sabbiose e dorate del Sahara, ho boccheggiato nelle concerie di Fes dall’odore acre e pungente, ho accarezzato centinaia di gatti ad ogni angolo delle città.
Non ho trovato ostilità, ho trovato persone disposte ad aiutare e si anche a chiedere aiuto, ma senza arroganza. È proprio vero che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Sono partita come sempre fiduciosa e sono stata ricambiata con la stessa moneta. Quella del rispetto. Ho attraversato mille colori, odori, porte, paesi e sono riuscita a scoprire, a cogliere l’essenza del Marocco, un luogo che ha tanta voglia di dare e bisogno di essere vissuto, ascoltato, sorseggiato pian piano, proprio come una tazza di te’ alla menta, inizialmente può scottare un po’, ma subito dopo il suo profumo, il sapore è così intenso, inebriante ed accogliente da non poterne più fare a meno.
“Un paese è ciò che noi siamo nel momento in cui lo visitiamo” Tahar Ben Jellou
Il primo bicchiere è gentile come la vita, il secondo bicchiere è forte come l’amore, il terzo bicchiere è amaro come la morte. (antico proverbio arabo)
Il silenzio, la natura selvaggia della maestosa distesa di Waterberg, il risveglio, il rischio, l’eccitazione. Vivere giorno per giorno, ogni attimo è prezioso, il viaggio è nel qui ed Ora. Il viaggio è Vita, le albe, i tramonti, gli animali, l’aria forte, l’essenza dell’Anima.
E poi…eccolo: l’Etosha. Un dipinto. Un vero e proprio dipinto dell’Universo, un mondo parallelo di avventure, sorprese, odori, distese, immensità. Terra arida, vento caldo. I nostri cuori e gli occhi pieni che si commuovono, le nostre teste che si inchinano a così tanta potenza. La meraviglia nascosta, inaspettata e conquistata fa da cornice a questi capolavori della natura a questi quadri eterni, senza età. Inafferrabili quanto indelebili. Grazie a tutti gli esseri speciali dell’Etosha, grazie al Re di tutte le foreste immaginali.
Le rocce e Terra del Damaraland sono rosse, come il fuoco. Avide, polverose, bollenti. Strade sconosciute all’uomo moderno, caverne di simboli segreti, tra la via antica dei lion mans e degli sciamani. I sorrisi veri, la pelle colorata di sabbia delle Tribù danzanti, con i piedi scalzi e duri come i loro sguardi, lontani dal mondo e vicinissimi a dio, chiunque esso sia.
Strettoie di sabbia naturali tra setose, brillanti, altissime dune ed il gelido oceano atlantico, non danno scampo. Con la luna crescente e la marea che si alza all’improvviso queste strade di sabbia si trasformano in trappole letali. Non danno preavviso, le onde avanzano, le montagne dorate cambiano forma e via d’uscita continuamente. Un labirinto fatale manovrato a piacere da madre natura, che con i suoi elementi si prende gioco di noi. Una trappola attraente e meravigliosa che lascia senza fiato, in tutti i sensi. La terra delle dune, il fuoco del sole, l’acqua dell’oceano, l’aria del vento cocente di giorno e gelato di notte la fanno da padrone. Gli scheletri di animali e persino umani fanno da testimoni a questa perversa, accattivante, bellissima marcia mortale che scorre lenta tra la cittadina di Swakopmund e la spettrale Skeleton coast.
Piccolissimi granelli dorati che formano dune altissime che sembrano toccare il cielo, il vento forte che, come uno scultore, le plasma, le trasforma, le rende inafferrabili, come un amante le accarezza, ne esalta le curve sinuose. La terra come pietra non le adula, non le loda, è spietata, non dà accesso alla vita, gli alberi sono secchi, le speranze morte. Bisogna solo fermarsi, senza avanzare oltre, questa soglia non si varca, al di là l’uomo non può sopravvivere, non può comandare. Sossusvlei, un deserto assoluto dove si può solo guardare da lontano, tornare indietro disarmati, arrendersi, oppure morire.
La dolcezza è tiepida e mansueta in un luogo apparentemente più gentile come il Kalahari. Il cerchio della Vita qui sembra meno feroce, si confonde meglio tra gli inconsueti cespugli verdi, tra le dune più morbide color cannella, tonde e vivaci come arance, come il sole assonnato del tramonto. I riflessi della sabbia ramati sfiorano i dorsi dei tantissimi animali che convivono in una tregua apparente, ad un passo falso dai ruggiti dei rari ghepardi famelici e le trappole delle tribu anch’esse in cerca di cibo.
Grazie Namibia delle meraviglie che ci hai donato, dei tuoi preziosi animali che ci hai permesso di scrutare, amare, grazie di averci permesso di essere parte della tua essenza, di aver riempito i nostri cuori di albe e tramonti dorati. Grazie per tutte le risate, i giochi, le avventure che ci hai regalato e concesso. Abbiamo sospirato, riso, pianto..ci siamo impauriti, commossi, divertiti. Ci siamo sentiti Vivi, Liberi, Grati e Uniti, siamo stati un tutt’uno con questa Terra Selvaggia, con l’Universo, una stessa persona, uno stesso uomo leone, una stessa Anima. Grazie Terra santuario, è stato semplicemente bellissimo.
“La Terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla Terra”.
Il Nepal ti travolge, appena arrivi, al primo impatto. Quegli sguardi profondi, quegli occhi scuri di quei bambini che sembrano guardarti dentro e lo fanno. Tutti ti sorridono, sempre, con le mani giunte, le donne con quei visi rugosi, i capelli macchiati di rosso per quei bindi sempre un po’ sbafati sulla loro fronte. Gli uomini seduti davanti a templi magnifici ed eterni, con quei gesti lenti, fieri all’alba e al tramonto anche loro intenti a lasciare offerte, intrecciare fiori, accendere candele per celebrare la puja. Tutto è un rito, tutto è sacro.
Motorini e macchine chiassose che lasciano un’aria grigia ed irrespirabile sfrecciano a due passi da te, dagli altari addobbati, dalle stupe che ti osservano ovunque in ogni istante. Strade dissestate, fangose, a ridosso di veri e propri burroni, si lasciano percorrere incessantemente da pellegrini, da motociclette arrugginite con sopra intere famiglie, neonati compresi, pulmini coloratissimi e mezzi scassati con gigantografie stampate di lord shiva sui cofani che camminano a stento strapieni di gente ammassata, tra il traffico assurdo e sorpassi da infarto. Ore ed ore ed ore per percorrere pochi chilometri di strade dissestate per poter raggiungere le città vicine, passare dalla giungla selvaggia umida, con i suoi rinoceronti enormi che sbucano ovunque tra l’erba alta e bagnata, , ad un fiume infestato dai coccodrilli, per poi ritrovarsi senza nemmeno sapere come sia stato possibile arrivarci ad un passo dalle vette più alte del mondo. Sentire l’aria pura, ma tagliente che toglie il respiro dell’Himalaya, attraversare a piedi feriti e doloranti ruscelli, vallate, boschi, foreste, montagne. Incrociare asini, tori, capre nel tuo stesso stretto sentiero, raggiungere piccoli gelidi villaggi remoti, dove la notte si dorme con guanti e cappelli di lana, l’acqua per lavarsi è congelata ed il cibo così semplice, buono e genuino che basta a scaldarti l’anima.
I paesaggi, le persone, l’ospitalità, le danze improvvisate per le viette, gli abiti tradizionali indossati per i giorni di festa, le loro divinità dietro ad ogni angolo, il profumo di incenso, l’odore di aglio fresco appena tritato, tutto il Nepal, malgrado il freddo, il mal di montagna, le strade polverose, i rubinetti e le prese della corrente che non funzionano quasi mai, ti entra dritto nel cuore, ti destabilizza, ti commuove e ti riempie di amore quello semplice, quello più genuino, incondizionato, gentile. I ricordi che affiorano sono solo quelli più belli, le sensazioni di quei bambini a cui stringi la manina anche solo per un attimo, di quei capelli neri intrecciati nei cappelli di lana colorati e tutte quelle cose che non ti facevano dormire bene, sentire caldo, o stare connesse ora fanno solo sorridere, perché ti rendi conto di essere stato in realtà connesso con la natura, l’universo, le montagne, le persone e con te stesso. Non era quella coperta in più a darti il calore necessario ma tutti loro, tutto questo meraviglioso paese ed il suo popolo coraggioso, forte, buono, ammirevole e grandioso.
Cruda, spietata, esigente a tratti lucente, a tratti oscura.
Una linea sottile che divide il bene dal male, la realtà del sogno, il voler fuggire il più lontano possibile dall’attrazione nel voler rimanere.
Mette letteralmente a nudo persone e sentimenti, i desideri e le paure più inconsce, primordiali.
Un costante velo di nebbia e magia ricopre i ghat e le menti, offusca, confonde.
Vagando tra le luci delle candele e le stelle, i fumi dei crematori, i canti dei pellegrini, le risate chiassose dei ragazzini che fanno tuffi sul Gange, le musiche dei mantra su basi tecno per il Dev Deepawali, la puzza acre di piscio ed il profumo inebriante degli incensi sembra di essere nel mezzo di uno strano sogno.
Si entra in un portale, dove si raggiunge un mondo folle, sconosciuto ai confini della realtà, dall’alba al tramonto preghiere, rituali, cerimonie, folle immerse nelle acque sacre, fiori, panni ad asciugare, preparativi di ogni tipo.
C’è chi dorme, chi si inginocchia, chi prega. donne che si pettinano i lunghi capelli bagnati, bambini che piangono e giocano sulle rive tra la terra e la cenere, uomini dagli sguardi fieri, pensierosi, nostalgici, mendicanti, bramini, devoti, disperati.
Nei vicoli labirintici cani randagi, vacche che occupano il passaggio in mezzo alle vie già strette, scimmie che saltano tra i cavi elettrici, sputi, immondizia, altarini dismessi, ad ogni angolo templi nascosti disarmanti e belli da far mancare il fiato proprio come gli odori forti, che sanno di escrementi, morte, speranza, palo santo, dura realtà. E poi ci siamo noi, anime smarrite tra i suoni di flauti e tamburi, cortei funebri e matrimoni che piangiamo e ridiamo insieme, che vogliamo fuggire e rimanere, urlare e meditare. Varanasi è tutto questo e molto di più. Come in un sogno confuso è difficile trovarne un senso, è difficile uscirne, dimenticarsene o ricordarlo bene.
L’India è intensa. Surreale. Contraddittoria.
Un universo parallelo dove il tempo e lo spazio sembrano sparire
sembrano perdersi tra le rive del Gange insieme ai pensieri, agli attaccamenti materiali e alla ragione.
Sicuramente anche un pezzo del mio cuore si sarà perso in queste acque sporche ma sacre, o tra le strade luride ma profumate, tra le asharam e gli altari, forse è stato preso da un gabbiano e lanciato sull’altra sponda, o riportato a riva da un’onda insieme ai resti dell’ultima Puja, o magari il pezzo del mio cuore è stato trascinato a largo da una barca insieme al corpo di un’anima pura che non è stata bruciata. Ovunque esso sia sicuramente rimarrà qui a vagare insieme a tutto il resto tra le assurdità, le bellezze, i colori, i palazzi fatiscenti, le persone gentili, le speranze, le ombre di Varanasi.
Ma se non ci fossero le tenebre non ci sarebbe neanche la luce.
Un ringraziamento speciale va a Varanasi per avermi fatto vivere senza filtri tutte le mie emozioni anche quelle nascoste più a fondo, quelle che fanno più paura, Grazie per avermele fatte attraversare, affrontare dandomi l’opportunità di guardarle dritte in faccia, di guardarmi negli occhi, allo specchio e riscoprire me stessa e tutti i lati della mia anima, limpidi e torbidi, riflessi nelle acque stesse di Mama Ganga.
Ho riso, ho pianto. Mi sono arrabbiata, commossa, disperata, illuminata. Ho avuto paura, sono stata coraggiosa. Ho provato pena, odio, compassione, disprezzo, amore.
Mi sono persa e ritrovata, odiata e perdonata.
Catapultata nello smog di Delhi, intrappolata nel traffico, tra vicoli troppo stretti ed affollati mi sono poi ritrovata sospesa, come in un limbo, tra gli incensi ed i rituali nei ghat sulle sponde del Gange di Varanasi.
Ho respirato la polvere e la povertà delle strade sterrate di Mathura, camminando incerta tra vacche e pellegrini striscianti.
Ho ballato e cantato nei templi di Vrindavan, sono stata trasportata dalla musica, dalle preghiere e da sudici treni notturni.
Sono stata accolta da sorrisi gentili e devastata da scomode realtà. Disarmata e Grata saluto, disprezzo ed onoro questo luogo tanto dimenticato quanto vicino ad ogni posdibile Dio. Saluto, accolgo, rinnego, ed abbraccio l’India e tutte le indescrivibili emozioni nascoste in essa, racchiuse in me.
Vi sono cento porte per entrare in India, ma nemmeno una per uscirne. – Ferdinand de Lanoye –
Attenta non toccarla. Mi raccomando stanne lontana. Segui il mio consiglio rimani alla larga. Questo e molto di più mi dicevano sull’acqua del Gange. Sono arrivata a Varanasi carica di paure e di pregiudizi, diffidente ma con lo sguardo curioso spesso rivolto verso questo fiume torbido. Un’attrazione quasi magica nel volerlo spiare, tener d’occhio, controllare. Tutta la vita degli abitanti di Varanasi gira intorno ad esso cerimonie, bagni, tuffi, c’è chi ci si immergie completamente, qualcuno ci lava i panni, altri addirittura i denti, molti persino la bevono quest’acqua scura, rinomata per essere tra le più inquinate al mondo. Nel Gange si cresce, nel Gange si muore. Eppure malgrado la sua reputazione pessima, non sembra così minacciosa, non sembra meno sporca di alcune coscienze. Il suo richiamo è forte, come il canto di una sirena, sarà altrettanto pericoloso? o magari si rimane incolumi grazie ad un vero e proprio miracolo o semplicemente per pura fortuna, per puro caso. Sicuramente non se ne rimane indifferenti e prima o poi, malgrado tutte le paure, i consigli, i pregiudizi iniziali, prima o poi si cede, ci si arrende.
Il suo fascino, il suo mistero vanno oltre la razionalità, oltre ogni qualsiasi congettura e ci si lascia andare, il cuore riesce a tradurre la sua lingua antica e sconosciuta alla mente, l’anima la riconosce, la ricorda e si affida, si inchina e si sporge per poter toccare quest’acqua vera, che non mente, per poterla sfiorare anche per un solo attimo così com’è, con tutti i suoi difetti, un solo attimo che diventa eterno e che non potrà mai più essere dimenticato.
Circa duecentocinquanta chilogrammi di legna e tre ore di tempo occorrono per bruciare un corpo. Già…ma servono anche tanta fede, fegato e possibilmente l’acqua sacra del Gange. Si perché esser cremati qui, a Varanasi, è un onore, esser un tutt’uno e tornare tra le braccia primordiali di Mama Ganga è la salvezza dell’Anima che torna alle proprie origini, torna a far parte dell’Universo, dell’Infinito e sono circa trecento le persone che ogni giorno incessantemente dall’alba al tramonto hanno questo privilegio.
Mi avvicino a passo incerto più intimorita che mai al Ghat Harischchandra, enormi pire di legna accatastate ai margini della strada anticipano l’ingresso di questo luogo così sacro quanto blasfemo, così come i pianti disperati di alcune donne abbracciate tra loro sedute su degli scalini lontani dalle fiamme, loro non possono avvicinarsi né assistere, le loro lacrime ed i loro lamenti turberebbero le anime dei defunti e ne limiterebbero l’ascensione.
Sotto la supervisione degli intoccabili, la casta inferiore addetta ai lavori più umili, nonché gestori dei crematori, solitamente è il primogenito maschio a dare inizio alla celebrazione.
Per l’occasione i suoi capelli vengono rasati, è per questo che ci sono tantissime botteghe di barbieri nei dintorni, è lui ad avere il compito di appiccare il primo fuoco, nonché di rompere delicatamente il cranio con un bastone per far innalzare lo spirito in cielo nel caso, durante la cremazione, non si fosse spaccato da solo. Ed è sempre lui ad accompagnare in barca i corpi che non vanno bruciati nelle acque del Gange, i corpi dei bambini perché sono innocenti, delle donne incinte per lo stesso motivo, dei sadhu perché non hanno peccati, dei morti per morso del cobra e dei lebbrosi perché entrambi sono manifestazioni di Shiva, non vengono bruciati, ma si lasciano andare nel Gange, spinti in acqua con una pietra legata al collo o ai piedi per restare giù, nel fondo, tra i misteri ed i pensieri più nascosti ed intimi del sacro fiume.
Sono dei riti solenni, antichi che mi trasmettono tanta serenità. I miei occhi non hanno più timore di guardare, la mia mente accetta, il mio cuore accoglie. Mi pervade un inaspettato senso di pace profonda, non ci sono tensioni, non c’è paura. Intorno a me ci sono molti corpi, tanto fumo, legna, residui bruciati di stoffe colorare sparse dappertutto, capre che mangiano i pezzetti di fiori delle corone rimaste a terra, mucche che annusano l’aria che sa di incenso e carne bruciata, cani randagi che vagano tra le ossa o ciò che resta di esse, è tutto in perfetto equilibrio, tutto molto naturale. Non c’è disagio, solo armonia.
Percorrendola capiamo subito che si tratta della strada che porta verso il ghat principale quello di Manikarnika, dopo solo pochi passi devo spesso accostarmi con la schiena al muro per far passare i cortei funebri, le barelle di legno contornate da fiori variopinti, diretti verso le rive del Gange, sono tantissimi, si insinuano nel traffico, i canti delle preghiere si confondono tra i clacson, i fumi degli incensi si disperdono tra quelli dei tubi di scappamento dei motori, le processioni proseguono dritte, prevaricanti a passo spedito, invadendo gli spazi, i marciapiedi, i pensieri razionali, verso il fiume, verso l’immortalità.
Al Ghat di Manikarnika l’atmosfera è diversa, i riti e le procedure sono gli stessi, ma si respira un’aria più pesante. I visi e gli sguardi degli intoccabili sono più ostili, sembrano non tollerare la presenza dei non locali, non si avverte solamente l’ormai familiare odore del fumo naturale dei corpi, si avvertono altre sostanze che sanno di oppio, disperazione, avversione. Alcuni uomini sono immersi fino alla vita in un’acqua torbida, appiccicosa, nera come la pece, setacciano con una rete in cerca di oro, proprio lì dove il fuoco si è appena spento trai frammenti di storie, ricordi, visi e capelli che ormai non ci sono più e magari di gioielli.
A guardare dritto verso il Gange qui c’è il Tempio di Shiva con la sua Fiamma Eterna, all’interno si sentono tutto il calore, le leggende e l’energia potente, disarmante, destabilizzante di questo luogo senza tempo che lascia letteralmente senza fiato, una mano rugosa mi dà la benedizione accarezzandomi la testa, lasciandomi in fronte un Bindi fatto di cenere, ora dovrei vedere, ora dovrei capire ciò che il mio terzo occhio vorrà mostrarmi.
Sono pronta, mi dico. Ma pronta a che cosa? Alla morte forse? La realtà è che qui a Varanasi si ha la netta percezione della Vita più che della Morte, o meglio la consapevolezza che semplicemente la morte stessa fa parte da sempre della nostra vita, dal giorno stesso in cui veniamo al mondo è parte di noi. Quindi essere Pronti ad Accettarla, Ringraziarla, Celebrarla, Innalzarla al di sopra dei pregiudizi, di ciò che non riusciamo a spiegare come unica certezza, percepirla e riconoscerla come una vera e propria Compagna di Vita.
Essere pronti a convivere con Essa, in Essa, nella maniera più semplice e naturale possibile, integrarla nella nostra ordinarietà tra il negozietto di un barbiere, un ragazzino che gioca a fare i tuffi nell’acqua o una donna che lava i panni nella stessa cenere, sentirla, condividerla tra i canti, i balli le luci, le musiche i fuochi d’artificio, tra preghiere, risate, pianti, affari di famiglia e scene di vita ( e morte ) quotidiana.
Sono pronta a capire questo luogo, a vedere la celebrazione della vita con la morte e più che ad un funerale sembra di essere ad una festa. Una festa di addio, anzi di Unione, di Arrivederci.
Il giorno che temiamo come ultimo è soltanto il nostro compleanno per l’eternità. – Seneca –
Quante volte avrete visto le immagini delle mitiche Piramidi d’Egitto sulle riviste, il fascino della Sfinge al tramonto, la magia di Luxor, la Valle dei Re; è giunto il momento di mettere da parte le pagine sgualcite per aprirne altre, vere, nuove, di vita vissuta. Qui troverete un itinerario fai da te per l’Egitto, non la classica crociera sul Nilo quindi, ma un on the road che sa di libertà e di avventura per visitare il paese in completa autonomia spostandosi con taxi e treni notturni.
il tempio di Phile. Entrata 140 egp + il costo della barca per arrivare al tempio è intorno ai 250 egp andata e ritorno. Il tempio si visita in un’ora e mezza e il vostro barcaiolo sarà ad attendervi all’orario concordato per riportarvi indietro.
Trasferimento notturno in treno prima classe da Luxor a Il Cairo. Partenza da Luxor alle 21, arrivo a Il Cairo alle 6.20 del giorno dopo.
IL CAIRO ULTIMA NOTTE
il quartiere islamico con il bazar e il centro storico antico. Entrata al complesso di edifici Al Mu’izz: 100 egp
la Cittadella. Entrata: 140 egp
il quartiere copto
la Moschea El-Azhar (entrata gratuita), la moschea del Sultano Hassan (entrata 80 egp) e la moschea di Ibn Tulun (entrata gratuita, mancia obbligatoria ai custodi per i soprascarpe)
Avete mai sentito parlare del particolarissima e splendida zona della Cappadocia in Turchia? Vi sembrerà di vivere una autentica favola, potrete godervi il panorama da una mongolfiera, dormire negli hotel scavati tra le rocce e assaporare un’atmosfera surreale, storica dal sapore antico e misterioso.
Di seguito trovate delle info utili per poter organizzare questo magico viaggio, poco impegnativo sia a livello di costi che di tempo, un week end diverso dal solito, un’esperienza unica da provare almeno una volta nella vita.
Il periodo migliore per visitarla è a primavera o estate quando le temperature non sono troppo rigide e le giornate saranno più soleggiate e limpide, perfette per volare in mongolfiera!
Costo totale viaggio 4 notti 750 euro a persona
AEROPORTI: Nevsehir a 20-25 km – Kayseri a 80 km voli costo circa 400 euro a testa da Bologna
CITTA’ di Cappadocia: 2 notti Göreme e 2 notti Urgup
COSA FARE, prenotare un TOUR sul posto giorno per giorno:
Considerate la città di Göreme il punto di partenza del vostro tour
Visita di Mustafapaşa, l’antica Sinasos, città di origine greca, canyon di Soğanlı.
Visita del monastero di Keşlik uno dei posti più belli e la chiesa dell’Arcangelo, la chiesa di Santo Stefano e il refettorio. Tramonto nella Rose Valley.
Volo in mongolfiera, con Voyager Balloons visita al villaggio troglodita di Zelve (abitato fino al 1955), tappa alla Valle dei Camini delle Fate di Paşabağ e alla Valle dell’Amore. Trekking in un circuito ad anello tra la Rose Valley e la Red Valley.
Visita al Museo all’aperto di Göreme (inserito dall’Unesco nel patrimonio dell’Umanità nel 1985) e vicina Chiesa della Fibbia;
canyon di Ihlara dove scorre il fiume Melendiz e passeggiata tra i resti della cattedrale di Selime;
visita della città sotterranea di Derinkuyu che sprofonda,
Due tappe panoramiche sulla cittadella di Uçhisar e sulla Valle dei piccioni.
Avete voglia di un viaggio insolito ed emozionante??? Un on the road tra natura, castelli e leggende??? Qui vi propongo un fantastico itinerario diverso dal solito e non convenzionale per scoprire la misteriosa Transilvania, potrete dormire in luoghi particolarissimi, guidare su strade panoramiche da togliere il fiato e vivere un’esperienza veramente unica e a poco prezzo.
Un on the road in autonomia con la propria automobile che parte dall’Italia, con prima tappa a Budapest fino ad arrivare alla mitica terra del conte Dracula. Tappa imperdibile anche al ritorno… tutti gli alloggi da me selezionati accettano gli animali domestici, se anche voi come me, avrete intenzione di portare con voi il vostro affezionatissimo cane, in questo viaggio senza aerei è fattibilissimo.
9 NOTTI MESE DI OTTOBRE nella stagione di Halloween e del favoloso foliage autunnale.
EscurzioneTUNNEL DELL’AMORE OBREJA 120 km da Hunedoara vicino alla città di Caransebeş, nella Romania occidentale. Il comune di Obreja è composto da quattro villaggi, Ciuta, Iaz, Obreja e Var. Per trovare questo bel posto, è necessario dirigersi verso est sulla strada di campagna DN68 ed essere alla ricerca di una vecchia ferrovia proprio alla periferia del villaggio di Obreja. Questa ferrovia vi guiderà verso un bosco sul lato destro della strada. Per raggiungere il bosco, è necessario prendere un sentiero sterrato, che vi condurrà direttamente alla ferrovia abbandonata e alla sua meravigliosa trasformazione nel bosco.
Ed ora vi propongo un nuovissimo viaggio fai da te per la magica Norvegia, se riesco vorrei andarci quest’estate tra giugno e luglio per poter vivere l’esperienza del sole di mezzanotte, non pochi soldi e giorni da spendervi, ma se si vogliono vivere dei momenti unici e se si vogliono realizzare i propri sogni, ne varrà sempre la pena, sempre.
Un bel Viaggio non ha mai prezzo per me e vale più di altri mille oggetti materiali, quindi se come me, avete voglia di avventura ed incanto leggete le informazioni di questo super on the road alla scoperta della Norvegia, tra Rorbu, laghi, traghetti e fiordi fino al remoto Capo Nord, troverete gli hotel che più mi attraggono e un’idea di itinerario.
VOLO DIRETTO ROMA – BERGEN circa 3 ore 400 euro
15 NOTTI
ITINERARIO: BERGEN 1 NOTTE A BERGEN
BERGEN – OSLO con Norwey In a Nutshell partenza ore 8.43 di mattina da BergenfareSOSTA A FLAM 1 NOTTE A FLAM
OSLO 1 NOTTE
Da OSLO volo ore 15.00 per EVENES -LOFOTEN arrivo ore 16.40 – noleggiare auto
SVOLVAER 170 KM – 1 NOTTE A SVOLVAER
REINE 120 km 2 NOTTI a REINE
SVOLVAER 120 KM – 1 NOTTE A SVOLVAER
SOMMAROY 430 km – 6 ore 1 NOTTE A SOMMAROY ( città senza orologi )
Il guerriero della luce crede. Poiché crede nei miracoli, i miracoli cominciano ad accadere. Poiché ha la certezza che il suo pensiero può modificare la vita, la sua vita comincia a mutare. Poiché è sicuro che incontrerà l’amore, l’amorecompare.